Obbligo del green-pass: conto alla rovescia.

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Il decreto-legge 127/2021 sembrerebbe avere volutamente una formulazione generica avendo quale scopo, è evidente, la massimizzazione di un effetto persuasivo nei confronti di tutti i destinatari.

Inoltre, al netto di alcune problematiche di ordine interpretativo e applicativo, non distingue tra artigiani, professionisti, piccole, medie o grandi imprese, fatto salvo il caso delle imprese con meno di 15 dipendenti cui si dirà oltre.

Partiamo innanzitutto dal dettato letterale della normativa riguardante il settore privato:

..a chiunque svolge una attività lavorativa nel settore privato è fatto obbligo, ai fini dell’accesso ai luoghi in cui la predetta attività è svolta, di possedere e di esibire, su richiesta, la certificazione verde COVID-19 di cui all’articolo 9, comma 2.

Chiunque svolga una attività lavorativa dovrà quindi possedere ed esibire, su richiesta, la certificazione verde COVID-19.

Il caso degli autonomi e liberi professionisti

Si pensi al caso di un professionista/autonomo che riceve un cliente presso il proprio ufficio o luogo di lavoro. Al professionista/autonomo è richiesto di possedere la certificazione (chiunque svolga attività lavorativa). Altrettanto obbligo la norma non richiede al cliente il quale però non potrà richiedere al professionista l’esibizione del certificato verde non assumendo, ovviamente, il ruolo di “datore di lavoro” o controllore.

La sussistenza dell’obbligo di certificazione sembrerebbe ravvisabile anche con riferimento ai semplici colleghi che gravitino nel medesimo luogo (studi associati, associazioni e società tra professionisti, o comunque in tutti quei casi in cui è condiviso l’uso dei locali). Tale situazione non può andare esente da critiche in quanto proprio perché trattandosi di liberi professionisti, autonomi ed indipendenti, non risulta possibile individuare un “datore di lavoro”, nel senso indicato dalla normativa, che possa andare formalmente a verificare la sussistenza della certificazione in capo a soggetti non qualificabili come propri dipendenti o collaboratori.

Datore e prestatore di lavoro

Minori problematiche dovrebbero invece insorgere davanti a situazioni più strutturate in cui poter individuare più agevolmente il “datore di lavoro” (controllore) rispetto ai prestatori di lavoro (controllati).

Il Governo, per quanto possa essere d’aiuto, ha pubblicato nella giornata di ieri alcune FAQ:

https://www.governo.it/it/articolo/green-pass-faq-sui-dpcm-firmati-dal-presidente-draghi/18223

La normativa che si andrà ad applicare, è riferibile non solo a lavoratori dipendenti ma anche a tutti i soggetti che svolgono, a qualsiasi titolo, attività lavorativa, di formazione o di volontariato nei predetti luoghi, anche per il tramite di contratti esterni (ad esempio collaboratori, stagisti, etc.). Tutti, pertanto, soggetti a controllo in ingresso.

Nel caso di appalto, inoltre, si ritiene allo stato, che siano onerati contestualmente (ai controlli) sia i datori della committenza quanto quelli degli appaltatori quali soggetti esterni che intervengono nel medesimo luogo di lavoro. Medesima cosa nel caso di somministrazioni o distacchi.

I principali adempimenti in capo al datore di lavoro sono:

  1. Verificare il rispetto delle prescrizioni,
  2. Definire entro il 15 ottobre le modalità operative,
  3. Individuare con atto formale i soggetti incaricati dell’accertamento delle violazioni.

Anche il datore di lavoro stesso dovrà essere dotato di green-pass e soggetto a controlli.

A far data del 15 ottobre si dovrà procedere quindi ai controlli (preferibilmente) al momento dell’accesso ai luoghi di lavoro. Dovranno altresì i datori definire le modalità operative per poter procedere concretamente ai controlli da eseguirsi, dice la norma, anche a campione.

Sul punto la FAQ n.ro 1 pubblicata dal Governo riporta espressamente che “ogni amministrazione/azienda è autonoma nell’organizzare i controlli, nel rispetto delle normative sulla privacy e delle linee guida emanate con il dPCM 12 ottobre 2021” (di cui allo stato si rinviene unicamente una nota riassuntiva pubblicata qui:  https://www.governo.it/it/articolo/green-pass-il-presidente-draghi-firma-il-dpcm-sulle-verifiche-ambito-lavorativo/18222).

Ricadute e sanzioni

Nel caso quindi che un datore di lavoro o un incaricato verifichi l’assenza del certificato verde ciò non comporterà in buona sostanza (caso differente per le imprese con meno di 15 dipendenti) alcuna ricaduta sanzionatoria disciplinare per i lavoratori, salvo il sostanziale divieto di accesso ai luoghi di lavoro.

Permane nel caso di accesso in violazione degli obblighi indicati dalla norma la punibilità però amministrativa (sanzione) sia in ragione della scarsa diligenza datoriale nei controlli, sia nei confronti dei prestatori di lavori sui quali incombe l’obbligo di possesso e di esibizione della certificazione.

In linea generale il datore di lavoro non avrebbe alcun obbligo a riferire al Prefetto le violazioni, salvo però le citate FAQ (la n.ro 4) governative riferirsi alle violazioni riscontrate all’interno dei luoghi di lavoro in questi termini: “..Nel caso in cui il lavoratore acceda al luogo di lavoro senza green pass, il datore di lavoro deve poi effettuare una segnalazione alla Prefettura ai fini dell’applicazione della sanzione amministrativa..”. Pare dunque che il Datore assurga, in questo caso, a vero e proprio organo di controllo.

Tutto da verificare il fatto che una segnalazione del genere potrebbe in ipotesi, e di contro, però configurare una sorta di “autodenuncia” circa la fallacità, ad esempio, delle procedure aziendali. Rimane certamente un problema aperto.

Ovviamente un ingresso non autorizzato, magari eludendo i sistemi di controllo aziendali, comporterà sicuramente la possibilità per il datore di procedere ad una contestazione disciplinare secondo le previsioni dei CCNL di riferimento.

L’assenza della certificazione in sé, invece, non comporterà alcuna conseguenza sanzionatoria (di tipo disciplinare) in capo al dipendente.

Succederà quindi semplicemente che il dipendente privo di certificato verde non potrà accedere al posto di lavoro e resterà assente non retribuito fino a quando non si presenterà con il documento in regola.

Quindi stante l’esclusione di ripercussioni disciplinari non vi sarà alcuna conseguenza sulla stabilità del rapporto.

Per le imprese al di sotto dei 15 dipendenti è invece prevista, dopo il quinto giorno di assenza ingiustificata, la possibilità di sospendere il lavoratore.

In pratica se il lavoratore rimane privo di certificato per cinque gironi, all’esito il datore di lavoro potrà (sembra lasciata facoltà al Datore) stipulare un contratto a termine per la sostituzione, della durata massima di 10 giorni, rinnovabile una sola volta (quindi 10 + 10). Nel frattempo il lavoratore non in regola verrà sospeso per la durata del contratto in sostituzione.

Infine il Datore che non controlla il rispetto delle regole sul green pass rischia una sanzione da € 400 a € 1.000. Dal canto suo il lavoratore che accede al luogo di lavoro in assenza della certificazione può essere sanzionato anch’esso con un importo variabile da € 600 a € 1.500 restando in questo caso anche possibili, come detto, le conseguenze disciplinari.

Il legislatore, in definitiva, sembrerebbe dunque voler condannare la condotta di coloro che mettono a repentaglio la salute e la sicurezza dei lavoratori nel luogo di lavoro.

Avv. Adriano Colomban

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