La responsabilità oggettiva dell’amministratore. Una sentenza che non lascia adito a dubbi

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Cass. Civile n.ro 5795 del 03/03/2021

Fino a che punto arriva la responsabilità dell’amministratore di una società? Sembrerebbe la Cassazione, senza mezzi termini, ribadire il principio della responsabilità oggettiva, seppure, nel caso specifico, avesse sostenuto l’amministratore essere egli una sorta di prestanome e comunque avere delegato alcune funzioni.

Nello specifico.

Il Tribunale di Messina aveva accolto l’azione proposta da un curatore fallimentare dichiarando la responsabilità dell’amministratore della società fallita stante il divieto di intraprendere nuove operazioni dopo la perdita dell’intero capitale sociale, nonché per l’omessa vigilanza. La condanna al risarcimento del danno è risultata consistente (€ 1.256.975,00). Dal canto suo l’ex amministratore si difendeva facendo valere una Sentenza di proscioglimento nell’ambito di un parallelo procedimento penale che lo aveva visto invece scagionato, per la medesima vicenda, dai reati di falso, truffa, false comunicazioni e bancarotta fraudolenta.

La Sentenza qui in commento si presenta molto complessa e articolata pertanto, per quanto qui di interesse, ci soffermeremo solo su alcuni passaggi.

In particolare assume qui interesse il fatto che la Corte abbia escluso l’efficacia vincolante della sentenza di proscioglimento in ambito penale, osservando quindi che i fatti sottesi potevano ben essere liberamente rivalutati dal successivo Giudice civile, a prescindere dal fatto che l’esito penale avesse visto l’amministratore vittorioso.

Ovviamente in sede di ricorso per Cassazione l’amministratore contestava tale ricostruzione in quanto i fatti accertati nel giudizio penale erano gli stessi presi in considerazione successivamente dal Giudice civile il quale, a dire dell’amministratore, doveva invece essere vincolato alla ricostruzione dei giudici penali.

In realtà il “cavillo giuridico” vede la ricostruzione del Giudice civile perfettamente corretta, ben potendo egli discostarsi dal giudicato penale e ciò in quanto, riassumendo e banalizzando, l’efficacia della pronuncia penale avrebbe potuto trovare ragione (formalmente) solo a seguito di una Sentenza emessa all’esito di un vero e proprio dibattimento, fase che nel caso specifico non si era invece avuta in quanto emessa la pronuncia penale all’esito della “semplice” udienza preliminare (e quindi senza entrare nel vivo del processo penale).

Secondariamente l’amministratore sosteneva di essere stato un semplice prestanome e che, nonostante il conferimento dell’incarico, egli sarebbe rimasto sostanzialmente estraneo alla gestione della società. La Cassazione sul punto è tranciante in quanto arriva a considerare la gestione di terzi del tutto irrilevante e ben potendosi imputare all’amministratore (anche formale) l’inadempimento dei doveri di vigilanza e intervento inerenti la carica da lui ricoperta.

In generale, dice la Cassazione, l’accettazione dell’incarico di amministratore comporta l’assunzione di un dovere di vigilanza sull’andamento della società nonché un dovere di attivarsi per impedire il compimento di atti pregiudizievoli o per attenuarne le conseguenze dannose, a prescindere dal fatto che egli sia rimasto estraneo alla conduzione o si sia limitato ad eseguire decisioni di altri.

Sostiene poi la Cassazione che la responsabilità non è nemmeno esclusa nel caso in cui la società appartenga in realtà ad un gruppo di imprese in quanto non è impedita la necessità, soprattutto in assenza di prova di una direzione unitaria del gruppo, di valutare il singolo comportamento delle società appartenenti al gruppo, e pertanto dei propri amministratori.

Appaiono dunque i “poteri” di vigilanza e controllo dell’amministratore recisamente mutati in “doveri” di vigilanza e controllo.

Avv. Adriano Colomban

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