Il diritto europeo “moltiplica” i compiti del curatore fallimentare: al suo ufficio anche quelli di rimuovere i rifiuti della azienda fallita.

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Con una recente pronuncia della Adunanza Plenaria, la n. 3 del 26 gennaio 2021, il Consiglio di Stato individua nella curatela fallimentare il legittimo destinatario di un provvedimento comunale di rimozione dei rifiuti che la fallita aveva stoccato su propria area, prima della dichiarazione di fallimento.

Questa pronuncia risolve un orientamento non univoco della giurisprudenza amministrativa, che solo negli ultimi tempi aveva virato con più decisione verso la conclusione sposata dalla Adunanza Plenaria ma che per esempio in primo grado aveva visto riconoscere le ragioni della curatela, che si era opposta al provvedimento di sgombero.

Nella decisione in commento ha pesato in via determinante l’approccio europeo alle questioni ambientali, il cui cuore sono i principi di prevenzione e di responsabilità.

Ed infatti il Consiglio di Stato precisa che una lettura orientata (al diritto europeo) della disciplina interna deve ritenere che l’Amministrazione possa legittimamente disporre misure appropriate nei confronti dei curatori che gestiscono i beni immobili su cui i rifiuti prodotti dall’impresa cessata sono collocati e necessitano di smaltimento.

Sul lato della correlativa individuazione del soggetto legittimato a ricevere il provvedimento e ad eseguirlo il Giudice di ultima istanza ha statuito che sia sufficiente la posizione di detentore assunta dal curatore della fallita. Precisando che il divenire detentore (e gestore) dei beni societari non deve essere inteso in riferimento a quanto dovrà essere smaltito quanto del bene immobile inquinato. Del resto, precisa sempre l’Adunanza Plenaria, il diritto comunitario non ospita definizioni confliggenti tra possessore e detentore poiché ciò che trova accoglimento è la sola distinzione tra produttore (del rifiuto) ed il detentore; quest’ultimo è qualificato come la persona fisica o giuridica che è in possesso dei beni immobili sui quali i rifiuti insistono (si veda l’art. 3, par. 1, punto 6, della direttiva n. 2008/98/CE).

Ne consegue la irrilevanza delle singole distinzioni nazionali in questo senso atteso che la circostanza dirimente è la disponibilità materiale dei beni ed ovviamente la titolarità di un titolo giuridico che permetta od imponga l’amministrazione di un patrimonio nel quale sono compresi i beni immobili inquinati. In altri termini, l’amministrazione di un patrimonio altrui, come certamente occorre per la curatela fallimentare.

Inoltre, sostiene la Adunanza Plenaria nel quesito rimesso al consesso, nel caso della curatela fallimentare va ulteriormente considerato che “poiché l’abbandono di rifiuti e, più in generale, l’inquinamento, costituiscono ‘diseconomie esterne’ generate dall’attività di impresa (cd. “esternalità negative di produzione”), appare giustificato e coerente con tale impostazione ritenere che i costi derivanti da tali esternalità di impresa ricadano sulla massa dei creditori dell’imprenditore stesso che, per contro, beneficiano degli effetti dell’ufficio fallimentare della curatela in termini di ripartizione degli eventuali utili del fallimento”.

Conclusivamente, lo stesso Collegio ha richiamato un proprio precedente del 2019 (sentenza n. 10) ricordando che “in tema di prevenzione il principio “chi inquina paga” non richiede, nella sua accezione comunitaria, anche la prova dell’elemento soggettivo, né l’intervenuta successione. Al contrario, la direttiva n. 2004/35/CE configura la responsabilità ambientale come responsabilità (non di posizione), ma, comunque, oggettiva; il che rappresenta un criterio interpretativo per tutte le disposizioni legislative nazionali.

L’Adunanza plenaria ha in particolare ritenuto che le misure introdotte con il decreto legislativo n. 22-1997 (c.d. “decreto Ronchi”), ed ora disciplinate dagli artt. 239 ss. del codice di cui al d.lgs. n. 152 del 2006, hanno nel loro complesso una finalità di salvaguardia del bene-ambiente rispetto ad ogni evento di pericolo o danno, ed è assente ogni matrice di sanzione dell’autore.

Entro questi termini, la bonifica costituisce uno strumento pubblicistico teso non a monetizzare la diminuzione del relativo valore, ma a consentirne il recupero materiale. Ne discende che nella bonifica emerge la funzione di reintegrazione del bene giuridico leso propria della responsabilità civile, che evoca il rimedio della reintegrazione in forma specifica ex art. 2058 c.c., previsto per il danno all’ambiente dall’art. 18, comma 8, L. n. 349-1986. […]

Pertanto, la responsabilità della curatela fallimentare – nell’eseguire la bonifica dei terreni di cui acquisisce la detenzione per effetto dell’inventario fallimentare dei beni (come è già stato messo in luce), ex artt. 87 e ss. L.F. – può analogamente prescindere dall’accertamento dell’esistenza di un nesso di causalità tra la condotta e il danno constatato”.

Alla luce degli enunciati della Adunanza Plenaria questa ha formulato il seguente principio di diritto: ricade sulla curatela fallimentare l’onere di ripristino e di smaltimento dei rifiuti di cui all’art. 192 d.lgs. n. 152-2006 e i relativi costi gravano sulla massa fallimentare.

Avv. Stefano Verità

Riferimenti giurisprudenziali:

Consiglio di Stato, Adunanza Plenaria, sentenza 26 gennaio 2021, n. 3

Riferimenti normativi:

Art. 192, d.lgs. n. 152/2006

Art. 42, l.fall.

Art. 51, l.fall.

Art. 87, l.fall.

Art. 104-ter, l.fall.

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