La prova della non fallibilità dell’imprenditore. L’orientamento della Cassazione.

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Cass. civ. Sez. I, Ord., (ud. 08-09-2020) 09-11-2020, n. 25025

Se un imprenditore viene travolto da una istanza di fallimento, sulla base di quale prova documentale può sottrarsi alla successiva dichiarazione di fallimento? E più in particolare, come può dimostrare di avere requisiti dimensionali inferiori a quelli previste dalla Legge? La Cassazione offre un interessante spunto in una recentissima ordinanza, affermando in buona sostanza essere idonea qualsivoglia documentazione proveniente dall’imprenditore o da terzi. Appare dunque un significativo cambio di passo rispetto al precedente orientamento.

La normativa fallimentare, difatti, sancisce la fallibilità dell’imprenditore solo nel caso in cui vengano superati alcuni indici dimensionali strettamente connessi con la massa debitoria, con il fatturato e con l’attivo patrimoniale. In occasione di una istanza di fallimento promossa nei confronti di un imprenditore commerciale, in forma societaria o individuale, quest’ultimo dovrà essere necessariamente ascoltato in audizione con obbligo di deposito dei bilanci degli ultimi tre esercizi.

La vicenda affrontata dalla Cassazione vedeva l’appello esperito dal soggetto fallito rigettato in secondo grado in quanto il Giudice del gravame aveva ritenuto di non valorizzare, da un punto di vista probatorio, i tre bilanci depositati dal fallito in quanto non approvati dalla assemblea dei soci. Inoltre, sempre la Corte di Appello, non aveva dato credito alla ulteriore documentazione depositata – nello specifico registro fatture ed altro – in quanto dalla stessa si sarebbe denotata una certa confusione contabile.

La vicenda assume interesse in quanto proprio in ordine alla tematica dei “tre bilanci” la giurisprudenza negli anni ha avuto una evoluzione che potrebbe definirsi garantista.

L’iniziale punto di vista vedeva i bilanci degli ultimi tre esercizi quale base documentale imprescindibile, salvo in epoca più recente mostrare una maggiore “elasticità” in ordine alla prova da parte dell’imprenditore circa la non fallibilità. Arriva la Cassazione ad affermare, in alcune pronunce tra il 2018 e il 2019, la possibilità di avvalersi di strumenti probatori alternativi rispetto agli ultimi tre esercizi seppure tale ulteriore documentazione non espressamente menzionata dalla Legge Fallimentare.

L’Ordinanza in esame solca il recente orientamento specificando maggiormente la questione, ovvero affermando non esistere una gerarchia delle fonti documentali di prova. Andando nel concreto occorre che il Giudice vagli la capacità della documentazione prodotta da chi subisce una istanza di fallimento, di rappresentare i fatti storici e i dati economici e patrimoniali dell’impresa.

Potrebbe quindi arrivarsi a sostenere che l’imprenditore potrebbe omettere il deposito dei bilanci dell’ultimo triennio a patto che provveda a fornire “scritture” alternative idonee a dimostrare il mancato superamento delle soglie di legge.

Partendo da questo assunto la Cassazione ha dunque accolto il ricorso del soggetto fallito il quale lamentava che, al netto dei bilanci sì depositati, ma non approvati dall’assemblea soci, non erano state sufficientemente vagliate le altre produzioni documentali a suo parere idonee al raggiungimento della prova.

La Supremo Collegio, dunque, cassa con rinvio al precedente Giudice per un nuovo esame della questione, avendo la Corte di Appello del secondo grado errato a non prendere in esame la restante documentazione pure prodotta dalla società fallita. La partita per la società fallita rimane dunque aperta con una ulteriore chance di poter provare la propria non fallibilità in considerazione di un principio di prova che sicuramente può aprire nuove possibilità, da un punto di vista probatorio, ai soggetti imprenditori.

Avv. Adriano Colomban

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