Entro quanto tempo si può impugnare il permesso di costruire rilasciato a terzi? Lo chiarisce il TAR Campania

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Tar Campania, sez. VIII, sentenza 26 giugno 2020, n. 2684

Con una recentissima pronuncia il giudice amministrativo torna ad occuparsi di un tema che desta ancora non pochi dubbi sia negli operatori del diritto che sui privati cittadini che si rivolgono ad essi a fini di giustizia.

Il punto è quello del termine per impugnare un permesso di costruire che si ritiene illegittimamente rilasciato ad un terzo da parte della p.a.. Più esattamente, l’elemento di dubbio è il cd. dies a quo del termine ordinario per poter ricorrere ossia: da quando quest’ultimo comincia a decorrere?

La sentenza in commento traccia una completa panoramica delle diverse ipotesi, sottolineando come in tale ambito vengano in considerazione interessi contrapposti, tutti meritevoli di tutela. Così, se da un lato deve essere assicurata al vicino la tutela in sede giurisdizionale dei propri interessi avverso un intervento edilizio ritenuto illegittimo, dall’altro lato ha pari dignità l’interesse del titolare del permesso di costruire a che l’esercizio di detta tutela venga attivato senza indugio e non irragionevolmente o colposamente differito nel tempo, determinando una situazione di incertezza delle situazioni giuridiche, in contrasto con il principio di certezza di queste ultime e di legittimo affidamento.

L’esito della disamina pretoria porta quindi all’individuazione di momenti diversi per il sorgere del termine per impugnare. Momenti che seppure siano tutti legati alla conoscenza della trasformazione edilizia in corso, sono individuati, quanto alla loro decorrenza, anche dalla diligenza richiesta al ricorrente per l’apprezzamento della illegittimità del titolo edilizio. 

Nella pluralità dei momenti di decorrenza del computo iniziale del termine per impugnare si riassume la giurisprudenza più recente, a fronte dell’orientamento tradizionale, per il quale ai fini della decorrenza occorre che le opere rivelino, in modo certo ed univoco, le loro caratteristiche e, quindi, l’entità delle violazioni urbanistiche e della lesione eventualmente derivante dal provvedimento e che, di conseguenza, in mancanza di altri ed inequivoci elementi probatori, il termine decorre con il completamento dei lavori (Consiglio di Stato, Sez. IV, 6 dicembre 2016 n. 5123; Cons. Stato, Sez. IV, 23-7-2009, n. 4616; C.G.A.R.S. Sez. I, 28 maggio 2007 n. 421; Cons. Stato, Sez. V, 23 settembre 2005 n. 5033).

Solo laddove venga provata una conoscenza anticipata oppure vengano dedotte censure di assoluta inedificabilità dell’area o analoghe censure, la predetta regola soffre una eccezione atteso che a determinare la decorrenza del termine è sufficiente la conoscenza dell’iniziativa in corso (Cons. Stato, Sez. IV, 10-12-2007, n. 6342). L’anticipazione del correre di quest’ultimo trova ragione nel fatto che lamentando il ricorrente l’inedificabilità assoluta dell’area, già la prima forma di intervento sul fondo rende lo stesso perfettamente consapevole dell’incompatibilità dell’opera con la disciplina applicabile. Ne consegue che, in quest’ultimo caso, il termine decadenziale per la proposizione dell’azione inizi a decorrere dal giorno in cui il soggetto abbia conoscenza dell’attività edilizia in corso.

Su queste premesse si incardina la più recente evoluzione giurisprudenziale, di cui il TAR Campania dà atto ed alla quale aderisce, ponendo maggiore attenzione alla tutela del terzo, titolare del permesso di costruire censurato, il cui affidamento legittimo nel titolo edilizio può essere vinto e superato solo laddove il ricorrente dimostri di essersi diligentemente attivato per verificare la sussistenza dei vizi sospettati.

Ritiene pertanto il Collegio che “Il completamento dei lavori è, quindi, considerato indizio idoneo a far presumere la data della piena conoscenza del titolo edilizio, salvo che venga fornita la prova di una conoscenza anticipata (Cons. Stato, Sez. VI, 10 dicembre 2010, n. 8705; Cons. Stato, Sez. IV, 20 gennaio 2014, n. 264).

2.3.- Tali affermazioni, tuttavia, vengono anche contemperate con la tutela delle esigenze di certezza dell’ordinamento, per cui il terzo non può essere considerato libero di decidere, se e quando accedere agli atti. La giurisprudenza, nel ricostruire la tutela del terzo alla luce dei principi di effettività e satisfattività, ha, infatti, cercato un punto di equilibrio tra i menzionati principi e quello della certezza degli atti amministrativi ritenendo equo fissare il dies a quo del termine decadenziale, al momento in cui, in relazione allo stato dei lavori, sia oggettivamente apprezzabile lo scostamento dal paradigma legale (Cons. Stato, Sez. II, 11 novembre 2019, n. 7692). Così, se ha un senso l’attesa, da parte del terzo, del completamento dell’opera quando questi non sia in condizione, in un precedente stadio d’avanzamento, di apprezzare l’illegittimità del titolo abilitante, se lo stato di avanzamento dei lavori sia già tale da indurre il sospetto di una possibile violazione della normativa urbanistica, il ricorrente ha l’onere di documentarsi in ordine alle previsioni progettuali, al fine di verificare la sussistenza di un vizio del titolo ed inibire l’ulteriore attività realizzativa. Non può, quindi, limitarsi ad attendere il completamento dell’opera omettendo di esercitare il diritto di accesso.

2.4.- Nel sistema delle tutele, il diritto di accesso e le modalità del suo esercizio, in mancanza di una completa ed esaustiva conoscenza del provvedimento, costituiscono fattori che, così come il completamento dei lavori ed il tipo dei vizi deducibili in relazione a tale completamento, concorrono ad individuare, con riferimento al caso concreto, il punto di equilibrio tra i principi di effettività e satisfattività da una parte, e quelli di certezza delle situazioni giuridiche e legittimo affidamento dall’altra”.

Infatti, specifica ancora il Tar campano, “se da un lato deve essere assicurata al vicino la tutela in sede giurisdizionale dei propri interessi nei confronti di un intervento edilizio ritenuto illegittimo, dall’altro lato deve parimenti essere salvaguardato l’interesse del titolare del permesso di costruire a che l’esercizio di detta tutela venga attivato senza indugio e non irragionevolmente o colposamente differito nel tempo, determinando una situazione di incertezza delle situazioni giuridiche in contrasto con gli evidenziati principi ordinamentali” (Tar Campania, sez. VIII, sentenza 26 giugno 2020, n. 2684).

Ne consegue, conclude il giudice amministrativo, che sia possibile individuare una serie di fattispecie in cui, in ragione della natura delle doglianze mosse nei confronti dell’intervento edilizio, dei rilievi addotti con riguardo alla conformazione fisica o giuridica delle aree oggetto dello stesso, delle censure dedotte avverso il titolo in sé e per sé considerato, nonché delle conoscenze acquisite e delle attività poste in essere in sede procedimentale o comunque extraprocessuale, non sussistano oggettivamente ragionevoli motivi che possano legittimare l’interessato ad una impugnazione differita dei titoli edilizi alla fine dei relativi lavori.

Pertanto, qualora venisse assunto il tempo della fine dei lavori quale dies a quo generalizzato per l’impugnativa del titolo edilizio rilasciato ad un terzo, vi sarebbe il rischio concreto di ricorrere tardivamente.

Avv. Stefano Verità

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