Contagio sul lavoro, profili di responsabilità del datore

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L’articolo 42 comma 2 del Decreto Legge n. 18 del 17 marzo 2020 (Decreto Cura Italia) ha espressamente previsto che i casi accertati di infezione da coronavirus (SARS- CoV-2) contratta in occasione di lavoro (anche in itinere) debbano ottenere la copertura da parte di INAIL.

La stessa INAIL, con circolare n 13 del 03/04/2020 (che a sua volta richiama le linee guida per la trattazione delle dei casi di malattie infettive e parassitarie di cui alla più remota circolare del 23/11/1995 n 74) ha precisato che: “secondo l’indirizzo vigente in materia di trattazione dei casi di malattie infettive e parassitarie, l’Inail tutela tali affezioni morbose, inquadrandole, per l’aspetto assicurativo, nella categoria degli infortuni sul lavoro: in questi casi, infatti, la causa virulenta è equiparata a quella violenta. In tale ambito delle affezioni morbose, inquadrate come infortuni sul lavoro, sono ricondotti anche i casi di infezione da nuovo coronavirus occorsi a qualsiasi soggetto assicurato dall’Istituto”.

Più di recente l’art. 2, comma 6 del DPCM 26/04/2020 impone a tutte le imprese che non hanno sospeso la propria attività di osservare: “..il protocollo condiviso di regolamentazione delle misure per il contrasto ed il contenimento della diffusione del virus covid-19 negli ambienti di lavoro..” (nonché,  per  i rispettivi  ambiti  di  competenza,  il   protocollo   condiviso   di regolamentazione per il contenimento della  diffusione  del  COVID-19 nei cantieri e  il protocollo condiviso di regolamentazione per  il contenimento  della diffusione del COVID-19 nel settore del trasporto e  della  logistica).

Tra le prescrizioni di tale protocollo vi sono gli obblighi in capo al datore di lavoro di idonea informazione, di rilevazione della temperatura, dell’adozione di misure di protezione individuale, di sanificazione degli ambienti, della regolamentazione di accessi ed uscite dall’azienda, nonché le modalità di gestione degli eventuali soggetti sintomatici.   

La norma prevede, inoltre che, la mancata attuazione dei protocolli che non assicuri adeguati livelli di protezione, determina la sospensione dell’attività fino al ripristino delle condizioni di sicurezza.

A tale sanzione si accompagna, in caso di violazione delle prescrizioni, la possibile responsabilità penale del datore considerato che, per quanto sopra detto, il contagio da Covid-19 nell’ambito di lavoro deve essere qualificato come infortunio.

A norma dell’art. 2087 c.c., infatti, il datore di lavoro è titolare di una posizione di garanzia a tutela dell’integrità fisica dei prestatori di lavoro ed è destinatario di prescrizioni ed obblighi di cui alle disposizioni del D.Lgs n. 81/2008 (T.U. Salute e Sicurezza sul lavoro), oltre a quelli specifici recentemente imposti dalla normativa sopra richiamata.

A norma dell’art. 40 comma 2 c.p., il datore di lavoro che non si attiva affinché vengano rispettati le procedure e gli obblighi suddetti, potrà quindi essere chiamato a rispondere per condotta omissiva in riferimento ai reati di lesioni di cui all’art. 590 c.p., oppure di omicidio colposo ex art. 589 c.p. oltre all’aggravante di cui all’art. 590 comma 3 c.p.

Elemento imprescindibile nella valutazione del Giudicante sarà l’accertamento del nesso eziologico tra la specifica omissione e il contagio del prestatore di lavoro.

Con ogni probabilità, sarà proprio tale circostanza a determinare le maggiori difficoltà nell’accertamento dei reati indicati, stante l’evidente difficoltà di raggiungere prove sufficienti in ordine alle cause effettive del contagio nelle singole fattispecie, tenuto conto, per esempio, delle modalità di contagio del virus, del tempo intercorrente tra il medesimo e l’effettiva manifestazione dei sintomi e della possibilità che in alcuni soggetti non si manifesti alcun sintomo.

Sul punto anche l’Inail,  con circolare n. 13/2020 ha precisato che  l’onere della prova del contagio è a carico dell’assicurato ad eccezione di alcune categorie di lavoratori considerati ad alto rischio come gli operatori sanitari, gli operatori dei front-office, i cassieri e gli addetti alle vendite/banconisti, personale non sanitario operante all’interno degli ospedali con mansioni tecniche, di supporto, di pulizie, operatori del trasporto infermi, etc. per i quali Inail ha introdotto una la presunzione semplice di origine professionale.

Si ritiene però che tali presunzioni, da sole, non possano ritenersi sufficienti a provare la penale responsabilità dell’imputato trattandosi di meri indizi di colpevolezza che, solo se gravi, precisi e concordanti, secondo una logica di giudizio controfattuale che consenta di escludere altre ragionevoli cause di contagio, potranno giustificare una sentenza di condanna.  

Appare, pertanto, quanto mai necessario che il datore di lavoro, al fine di non incorrere in gravi responsabilità penali, osservi attentamente tutti gli obblighi ed adotti tutte le misure prudenziali prescritte dalla normativa di settore al fine di tutelare la salute dei prestatori di lavoro escludendo, o comunque riducendo, le possibilità di contagio all’interno dell’ambiente di lavoro.

Non va, infine, dimenticato che in ipotesi di contagio, il datore potrà essere chiamato a rispondere anche in sede civile per i danni subiti dal lavoratore ai sensi degli artt. 2043 e ss. del c.c.

Avv. Riccardo Precetti

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